i Giovani con i Padri Somaschi     

 

 

S. Girolamo

 

di Carlo Pellegrini

IL PRIMO PROGETTO DI VITA RELIGIOSA DEI SOMASCHI
Considerazioni sulla "Lettera Patente del Lippomano"

 
 
Riportiamo un breve studio di p. Pellegrini, storico somasco recentemente scomparso, in cui descrive la situazione che portò i primi compagni di Girolamo a farsi un primo progetto di vita, e ne spiega i tratti attraverso la cosi detta "lettera patente del Lippomano".
Pietro Lippomano, vescovo di Bergamo, il primo ad accogliere Girolamo nella propria diocesi, risponde ad una richiesta di approvazione di alcuni Servi dei poveri. Girolamo è morto da più di un anno senza aver scritto delle regole. I suoi compagni, dopo un primo sbandamento cercano di darsi una forma stabile e si rivolgono al Lippomano che di Girolamo fu anche amico.

 

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1. La «Compagnia dei servi dei poveri» alla morte di san Girolamo.

Durante l'anno 1534 la provvidenza per vie impreviste guidò san Girolamo da Bergamo a Milano, a Corno, a Somasca e durante questo pellegrinare gli fece sorgere accanto alcuni compagni di viaggio. La sua personale esperienza di vita evangelica si era comunicata ad altri ed era stata condivisa: era diventata un fatto sociale. Alla fine del 1534 la Compagnia dei servi dei poveri era una realtà .

E' difficile seguire i passi iniziali della nascente compagnia nei due anni, che si conclusero con la morte del Miani l'8 febbraio 1537, anche perché non ci è stato conservato se non un frammento di quel «Libro delle proposte», che conteneva preziose informazioni sulle persone, sulle proposte e decisioni capitolari, sui progetti del Miani e dei suoi primi compagni. Eppure se nel gennaio 1537 un osservatore si fosse accostato a quella giovane creatura col proposito di scrutarne il volto, almeno i lineamenti essenziali non gli sarebbero potuti sfuggire.

Essa aveva un nome, che già da se stesso significava ed esprimeva un programma: «La compagnia dei servi dei poveri» . Occupava una sede, pur essa significativa: un pezzo di terra di nessuno, a Somasca, sul confine tra la repubblica di Venezia e il ducato di Milano, tra i ruderi di un castello demolito, luogo di solitudine e di povertà estrema. Aveva degli aderenti: oltre al Miani, due sacerdoti ed alcuni giovani di buona volontà che vivevano, nella carità di Cristo, di preghiera e di lavoro a Somasca, o che nella stessa carità «servivano», in comunità di vita con bambini poveri e soli, a Bergamo, a Milano, a Como, a Pavia, a Brescia .

La compagnia aveva anche cercato di darsi una qualche struttura e degli organi di governo, che erano: un capitolo, che si teneva ,tre volte l'anno ed al quale tutti convenivano portando i problemi della compagnia e delle opere; un superiore, che allora era l'austero prete bergamasco Agostino Barili; un certo riconoscimento della autorità ecclesiastica avuto il l° settembre 1535 dal nunzio apostolico a Venezia Girolamo Aleandro.

Essa andava anche maturando una regola di vita, espressa con degli «ordini», nei quali era raccolta l'esperienza cristiana ed apostolica, che i soci facevano.

         La compagnia aveva soprattutto un padre: san Girolamo, che il Signore aveva eletto come suo strumento per «clarificarsi» in quei suoi figli,  il quale con il modello della sua vita andava loro costituendo un patrimonio spirituale ricchissimo, tanto più prezioso quanto più grande era l'abbandono di ogni altro elemento umano. Chi percorre le poche lettere del Miani, dalle prime del luglio 1535 alla ultima dell' 11 gennaio 1537, ha subito una idea della sostanziosità del pane che egli andava spezzando ai suoi figli.

La compagnia aveva avuto anche le sue crisi, anzi era quasi passata da una crisi all'altra, come è naturale per ogni organismo che cresce esposto all'urto degli elementi avversi e che la provvidenza va purificando da ogni sostegno terreno, per mettere nelle sue fondamenta la fede e la speranza in Dio solo. 

La prima crisi, nel 1535: quando la compagnia era ancora di pochi mesi e il Miani aveva dovuto rimanere a lungo assente dalla Lombardia, ed i suoi compagni «poveretti, tribolati, afflitti, affaticati e alla fine da tutti disprezzati» sentivano tutto il peso della solitudine e rischiavano di vacillare nel loro ancor giovane proposito.

La crisi si ripresentò nel 1536, assumendo un volto diverso, quello della incomprensione e della diffidenza di alcuni nei riguardi del Miani stesso, testimoniata dalla lettera del 18 febbraio 1536 dello impetuoso Giampietro Carafa. Una crisi che finirà per mietere anche qualche vittima fra i più deboli ed i meno forti nella fede.

 

2. Dal modello al progetto.

Dopo la morte del Miani ci fu un periodo di smarrimento, dovuto a quel gran vuoto che si verifica in ogni famiglia, quando scompare chi ne è l'anima: «alla morte di questo servo del Signore tutti i fratelli sacerdoti e laici restarono come pecore senza pastore e intimiditi naviganti senza nocchiero» dubbiosi se «andar avanti e governare la barca oppure ritornare ciascuno al suo primo istituto» (citazione dagli atti dei processi pavesi di beatificazione di S. Girolamo).

Fu un momento, perché «il favore del Signore non gli abbandonò», ma «tutti insieme presero coraggio e fatto capo messer prete Agostino, si posero ad operare nel servizio degli orfani» .

Incominciò allora quel lungo non ancora terminato processo, attraverso il quale la compagnia cercò di esprimere volti nuovi, in armonia col volgere delle grandi epoche della storia, ma insieme nella fedeltà ai lineamenti essenziali di quel suo «stare con Cristo», senza il quale sarebbe condannata a fallire.

In questo processo Fanno che seguì la morte del Miani rappresentò il passo decisivo: era scomparso il modello vivente, il progetto incarnato; era necessario che subentrasse la riflessione.

Conosciamo la conclusione, non le fasi, di questo processo di elaborazione.. Nel luglio 1538 alcuni servi dei poveri si presentarono al vescovo di Bergamo Pietro Lippomano e gli chiesero la sua approvazione. Nella domanda che consegnarono essi esprimevano che cosa volevano essere e fare nella chiesa".

Non sappiamo neppure quali siano state le persone maggiormente impegnate nella stesura del progetto, ma soltanto il nome di quelli che lo sottoscrissero: diciotto persone, di cui otto sacerdoti e dieci laici: Bergamaschi, Bresciani, Milanesi, Pavesi, Comaschi, Genovesi. Ecco i loro nomi: Alessandro Evanessi, Federico Panigarola, Agostino Barili, Angiolmarco e Vincenzo di Gambarana, Giovanni Belloni, Marco Strada, Pietro Piemontese, questi i sacerdoti; Mario Lanci, Antonio di Monferrato, Giovanni Maria Casale, Giovanni Maria Oldradi, Giovan Pietro Borelli, i tre fratelli Giovan Francesco, Daniele e Girolamo Quartieri, Giovanni da Milano, Giovan Pietro da Gorgonzola .

         Il testo della domanda inoltrata ci è rimasto nella lettera del vescovo Lippomano del 10 agosto 1538, la quale nella prima parte riproduce la supplica. E' questa la trascrizione esatta della supplica o soltanto un sunto? Non sappiamo; non vi sono però ragionevoli motivi per dubitare che essa esprima fedelmente le conclusioni e la volontà dei compagni del Miani.

 

3. Il progetto.

Il progetto, nella sua essenzialità, è completo. Leggi  il testo:

Il testo esprime in qual modo, subito dopo la morte del Miani, compagni videro la Compagnia.

La prima cosa che viene dichiarata è il fine che ha mosso quegli uomini ad abbracciare la compagnia: il bene delle loro anime e la brama di servire Dio in sincerità di propositi.

Si passa poi a descrivere il genere di vita. Il primo passo consiste nella rottura col passato: un lasciare alle spalle i pensieri della propria casa e gli impegni di questo mondo. La nuova vita si svolgerà assieme, in un luogo che presenti requisiti di idoneità. Sappiamo che il luogo a cui essi pensavano era Somasca: possiamo quindi abbastanza agevolmente ricavarne quali fossero i requisiti che essi ritenevano idonei al loro progetto. Qui avrebbero instaurato una vita sul modello di quella dei tempi degli apostoli, impegnati in un ininterrotto colloquio con Dio, sostentandosi con le elemosine che i fedeli avrebbero loro offerto per amor del Signore, in una vita comune, il cui primo elemento sarebbe stato quello di non possedere nulla di proprio.

Non volevano in tal modo però aggregarsi a qualche famiglia religiosa già approvata e nemmeno costituirne una nuova: questo almeno sembrano significare le parole: «senza aver preso l'abito di una particolare Religione approvata, ma perseverando ognuno nella sua specifica vocazione», come del resto anche la storia degli anni seguenti parrebbe comprovare.

Pur senza aggregarsi né costituire una famiglia religiosa, si sarebbero tuttavia posti sotto la obbedienza di un superiore, eletto in perpetuo o «ad tempus», il quale sarebbe stato il capo di questa società, al quale sarebbe spettato guidare con la sua prudenza ed autorità l'attività comune e dei singoli. 

Il progetto si chiude con il discorso sulle opere di apostolato: seminare la parola di Dio; abbracciare la cura degli orfani e delle orfane senza casa e soli, o delle convertite, o negli ospedali soprattutto dei poveri incurabili, o in altre opere per i poveri. Infine l'apostolato peregrinante, che era stato tanta parte nella vita del Miani e di altri santi di quel tempo, sull'esempio degli apostoli Paolo Barnaba e Sila, «a consolazione dei fedeli e a conforto delle chiese»: dove è trasparente il riferimento al pauroso stato di abbandono in cui si trovava il popolo cristiano.

Il testo ci appare dunque pieno di interesse. La presentazione che ne abbiamo fatta è brevissima. Una analisi filologica e storica più profonda, una indagine accurata su alcuni particolari e caratteristiche rivelerebbero sicuramente altri aspetti, che ci sono sfuggiti o sui quali abbiamo sorvolato.