i Giovani con i Padri Somaschi     

 

S. Girolamo

 

di Roberto Frau

 
Girolamo davanti al Crocifisso
Seguire la via del Crocifisso è seguire la via della Vita, la via del Risorto.
 
 

Seguire la via del Crocifisso è il primo punto del testamento spirituale di S. Girolamo. È il primo perché dal Crocifisso sgorga tutta l’esperienza non solo spirituale ma anche della vita concreta di Girolamo: è il suo segreto, è il suo asso nella manica.

È probabile che quando sentiamo questa frase ci venga un po’ da spaventarci: seguire la via del Crocifisso sembrerebbe un po’ come seguire la via del dolore e della sofferenza. Anche io, per anni, in qualche modo avevo pensato e creduto così ma l’esperienza mi ha fatto comprendere che non avevo capito niente. Ciò che non avevo capito era che seguendo la via del Crocifisso non si segue il dolore ma una persona che soffre per amore, che soffre per me…
Ma al di là delle nostre interpretazioni cosa è accaduto realmente a Girolamo? Cosa ha scoperto lui ed ha voluto consegnarlo come testamento ai suoi compagni?

La vita di Girolamo dopo la liberazione del 1511 sembrava scorrere tranquilla, sino a quel fatidico 1525. L’anonimo amico scrisse nella biografia: «Quando piacque al benignissimo Iddio di perfettamente muovergli il cuore… Andando spesso a udire la parola di Dio, cominciò a riflettere sulla sua ingratitudine e a ricordarsi delle offese fatte al suo Signore. Perciò spesso piangeva; spesso, inginocchiato ai piedi del Crocifisso, lo pregava di non essergli giudice, ma salvatore…».
Perché un uomo dal temperamento forte e giovale, così come viene descritto Girolamo dai suoi contemporanei, può arrivare a piangere? L’abbiamo sentito prima, per anni Girolamo ha vissuto “variamente”, come dice la nipote “dandosi al buon tempo”… Ha fatto l’esperienza terribile della guerra.

È di per sé una situazione drammatica perché se a 10 anni rimane violentemente orfano ora che si riavvicina a Dio sperimenta un nuovo tipo di orfanezza, non meno violenta: l’orfanezza di Dio. Dopo anni è ad un passo dal sperimentare su di sé la vicinanza di Dio, ma la sua vita passata lo fa sentire indegno di quella paternità (un po’ come il figlio prodigo: “non sono degno di essere chiamato tuo figlio”) e quindi escluso dalla sua salvezza. Spesso anche noi ci immaginiamo Dio in maniera umana: verso chi ci fa del male proviamo rancore e siamo giudici severi. Così di fronte a Dio le nostre colpe pesano come una condanna senza appello: ho sbagliato e non posso essere accettato da Lui. Così le cicatrici nella nostra coscienza ottenebrano il volto misericordioso di Dio facendo prevalere l’immagine del giudice. Nonostante ciò Girolamo intuisce una via di uscita e insiste: «spesso, inginocchiato ai piedi del Crocifisso, lo pregava di non essergli giudice, ma salvatore…».
Si: “ma salvatore”. Dietro quel “ma” c’è la speranza di senso per tutta una vita che sembrava sprecata. Accade qualcosa di assolutamente straordinario. Per intuire cosa poté capitare, anni dopo Girolamo compose una preghiera che è come una sorta di “professione di fede” per la neonata “compagnia dei servi dei poveri” dall’introduzione misteriosa quanto paradossale: «Dolce padre nostro… signore Gesù Cristo». Non si rivolge al Padre ma al Figlio e lo chiama “padre”. Il temuto “giudice” si è trasformato in “dolce padre”.

È evidente che Girolamo è riuscito ad uscire dal tunnel del giudizio e in quel Crocifisso ha scorto la tenerezza misericordiosa del Padre che lo ha strappato definitivamente all’esperienza dell’orfanezza: ha compreso di essere figlio, figlio di Dio: è entrato nel frutto più pieno della Resurrezione. Non è certo un caso che questo diventi anche il suo primo obbiettivo educativo con i ragazzi raccolti dalla strada e dagli ospedali. Quando l’anonimo amico descrive la bottega che Girolamo aprì a S. Rocco usa queste parole: «Là non s’insegnavano le vane scienze di Platone o Aristotele - si insegnava invece che ogni uomo diventa dimora dello Spirito Santo, figlio ed erede di Dio, attraverso la fede in Cristo…». Per Girolamo il contenuto di questa “fede in Cristo” è che un “dolce padre” non lo ha giudicato ma salvato.

Ritornando al dubbio iniziale che seguire la via della croce significhi seguire la via del dolore assistiamo perciò ad un capovolgimento della situazione. Non sono io che devo addossarmi il dolore ma è il Crocifisso che porta la mia di croce, fatta dalle mie fragilità, dalle mie orfanezze, dai miei nodi irrisolti, dalle cicatrici della mia coscienza, dai miei rimorsi e sensi di colpa che si accumulano nel cammino personale. Come dice S. Giovanni nella sua prima lettera: «In questo consiste l’amore: non noi abbiamo amato Dio, ma Lui ci ha amati per primo dandoci il suo Figlio unigenito per la remissione dei nostri peccati». La vita cristiana, quella vera, non comincia mai dal “cosa posso fare” ma dal lasciarsi salvare da chi per me ha crocifisso addirittura la sua divinità. Il Padre, attraverso il Crocifisso, non mi chiede niente da fare per lui, non mi chiede se sono bravo o cattivo, ma mi ama semplicemente perché sono io, mi mette l’anello al dito e fa uccidere il vitello grasso per fare festa con me, come descritto dalla parabola del “padre misericordioso”. Farsi mettere l’anello al dito, l’anello del Padre: qui comincia la vita cristiana. Girolamo quest’anello lo ha ricevuto di fronte a quel crocifisso davanti a quale “spesso s’inginocchiava”, ritrovando la dignità di una vita che lui ormai vedeva solo attraverso le lacrime del rimorso. Quell’anello ha reso nuovamente “spendibile” – perché nuovamente “utile” – la vita di Girolamo: da lì cominciano le opere di carità, il fervore per la riforma della Chiesa e prende spunto la sua vocazione.
Perciò per Girolamo seguire la via del Crocifisso significa “rispondere all’amore ricevuto con l’amore” (così come dicevano le nostre antiche regole). Questa reciprocità d’amore tra Gesù e Girolamo si trasforma in un’esperienza di immedesimazione a Cristo: come “ogni uomo diventa … figlio ed erede di Dio” cioè un altro Gesù. È ciò che sacramentalmente dovrebbe operare in noi il battesimo ma che non trova vie di attuazione finché non accogliamo in noi quell’amore trasformante. Lì è tutto il cristianesimo, lì la prima imprescindibile vocazione: il resto è accessorio e specificazione personale.

Tutta la vita di Girolamo ha avuto questo obbiettivo: diventare un altro Gesù, immedesimarsi con Cristo. Se ci chiedessimo chi è stato l’uomo che ha guarito i malati, risuscitato i morti, moltiplicato i pani, che si è ritirato in luoghi solitari per pregare, che prima di morire ha lavato i piedi ai suoi discepoli chiedendo loro di amarsi l’un l’altro, risponderemmo senza esitare: Gesù. Eppure quelle elencate sono tutte azioni compiute da Girolamo. Diventare Gesù era il suo anelito come ha dimostrato il dispiegarsi della sua vita. L’anonimo amico se ne accorse visto che di lui scrisse: «la bontà celeste preparò dolce occasione al suo nuovo soldato d’imitar il suo capitano Cristo Gesù».

Sulla scia di Girolamo possiamo anche noi scoprire questo immenso amore di Dio per noi in Gesù crocifisso, che risana le nostre ferite e scioglie i nostri rimorsi. Questo perché ci dona il suo amore, rendendo fruibile la nostra vita, spendibile per qualcosa che vale veramente. Fermiamoci a contemplare questo amore per noi e lasciamo che ci prenda l’anima, inginocchiandoci di fronte al Crocifisso, pregandolo di non esserci giudice ma salvatore. Forse anche nella nostra anima e nella nostra coscienza ci sono nodi irrisolti e cicatrici, rimorsi e sensi di colpa che necessitano dell’incontro non con il “giudice” ma col “dolce padre”, nella preghiera di fronte al Crocifisso o magari anche attraverso un colloquio o una confessione. Non lasciamoci sfuggire questa “dolce occasione”.