i Giovani con i Padri Somaschi     

 

S. Girolamo

 

di Roberto Frau

 
Il sogno di Girolamo.
Dentro la parola "intento"...
 
 
 
 

S. Girolamo aveva un ideale di comunità che si avvicina alla famiglia, un ideale un po’ speciale che lui chiamava “l’intento”, cioè lo scopo della “compagnia”, dello stare assieme dei suoi compagni che avevano deciso di condividere la sua esperienza, ciascuno con un proprio modo, diverso: chi lasciando la propria famiglia naturale per vivere con lui, chi rimanendo nella propria ma allargandola a quella di Girolamo. Ovviamente un ideale è sempre qualcosa di molto alto, alle volte sembra irraggiungibile. Ma questo non deve spaventare: spingerci verso questo ideale ci permetterà di arrivare ad obbiettivi che pensavamo fuori dalla nostra portata ma che in realtà avevamo solo bisogno che avessimo il coraggio di buttarci e rischiare.

Allora cos’è questo Ideale che S. Girolamo aveva, qual’era il suo “intento”?

Normalmente si dice che la passione di S. Girolamo erano i bambini, i ragazzi senza famiglia e i poveri. Non che sia falso ma detto così dimezza il suo sogno. È vero che lui si è ritrovato orfano a soli 10 anni, vivendo la drammatica situazione del papà ritrovato impiccato sotto il ponte del Rialto. È vero che ha preso la cura dei suoi nipoti dopo che i suoi fratelli erano morti lasciandoli orfani, per cui la situazione dell’orfanezza e la cura dei minori gli erano entrate nel sangue. Ma in nessuna di queste cose ha fatto l’esperienza decisiva che gli ha cambiato la vita e lo ha riportato a Dio.

Infatti il suo amico che scrisse la sua prima biografia quando descrive la sua conversione parla di questa esperienza di incontro col Vangelo fatta insieme a dei nuovi amici con cui si “accompagnava”. Questi amici appartenevano ad un movimento che si chiamava “Il Divino Amore”. Con queste persone - diremo noi col linguaggio di oggi - fa un’esperienza “di gruppo” straordinaria, come una vera famiglia animata dall’amore, un’esperienza che gli cambia la vita, portandolo ai piedi di quel Crocifisso da cui scaturisce la sua conversione più profonda. E cosa volevano ottenere i membri di questo movimento con il loro operare e il loro ritrovarsi insieme?

Siamo nei primi decenni del 1500 e la Chiesa stava attraversando una crisi d’identità profondissima. Il cristianesimo era allo sbando, l’ignoranza religiosa diffusa, i preti e i vescovi davano una terribile contro testimonianza e addirittura, la Chiesa viveva il profondo dolore della divisione, perché un monaco tedesco di nome Lutero, ribellandosi allo scempio della Chiesa, credette che il modo migliore per migliorarla fosse quella di farne una nuova, operando lo scisma d’occidente con la riforma chiamata oggi “luterana”.

In questa situazione drammatica molti cristiani si sentirono chiamati a dare il loro contributo a curare le piaghe della Chiesa ferita e malata. Tra questi ci fu una donna genovese, S. Caterina Fieschi Adorno, che fu l’ispiratrice del movimento del Divino Amore e Ettore Vernazza che ne fu l’iniziatore, che spinse laici, sacerdoti, vescovi e religiosi a rinnovare la Chiesa dal basso, attraverso l’amore, il Divino Amore. Espressione esterna di questo amore era la carità concreta verso i poveri e i bisognosi. A Venezia nasce uno di questi circoli spirituali chiamati “oratori” del Divino Amore ed è nel clima specialissimo che si crea tra i loro membri che Girolamo ritrova la via di Dio che gli cambiò la vita. Perciò lui stesso comincerà ad ardere di questo fuoco, col desiderio di contribuire a riportare i cristiani a quella bellezza che si respirava e a quello stile di vita che si viveva nella prima comunità di Gerusalemme descritta negli Atti degli Apostoli. La prima comunità cristiana viene descritta negli Atti degli Apostoli con parole bellissime che esprimono l’amore e la comunione in cui vivevano: “La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune”. Non è un caso, infatti, che S. Girolamo pregasse e facesse pregare ogni giorno con queste parole: “ti preghiamo per la tua infinità bontà di riformare la cristianità a quello stato di santità che fu al tempo dei tuoi apostoli”. Lo recitavano ogni giorno anche gli stessi ragazzi delle sue comunità, perché quello era l’intento, quello era l’ideale e il sogno. E non era solo un sogno per allora. Basta entrare in una nostra parrocchia, vedere quanti siano pochi i cristiani impegnati, come anche tanti preti non riescano a vivere quanto predichino, quante divisioni ci siano anche tra cristiani, per capire come ancora oggi ci sia bisogno di quel sogno, di quell’ideale.

Così Girolamo fece crescere la sua fede dentro questo sogno, vivendo con intensità la carità reciproca insieme con gli altri membri del Divino Amore (con cui s’incontrava nei locali della Chiesa di S. Nicolò dei Tolentini a Venezia) e il servizio verso i malati e i poveri nell’ospedale del Bersaglio. Tutto ciò sino a quando ebbe una intuizione nuovissima che faceva una sintesi tra questo suo sogno e la sua storia personale di orfano e di tutore di orfani. Vedeva sia per le strade, sia negli ospedali dove faceva servizio, questi ragazzi orfani e soli, da cui era sicuramente attratto, e pensò qualcosa del genere: perché non cominciare proprio da loro a ricostruire la Chiesa, facendo con loro delle comunità sullo stile di quella di Gerusalemme? A questi ragazzi non poteva restituire una famiglia e lui, orfano di padre, credo sapesse bene che nessuno poteva sostituire un genitore che era venuto a mancare. Allora perché non dare loro una famiglia vera sebbene di altro tipo, fondata su Cristo, cioè la Chiesa?

Così Girolamo decise e nacque la “bottega di S. Rocco” che, dalle descrizioni fatte dal suo amico biografo, ha poco dell’orfanotrofio o della casa famiglia ma vi si respirava l’atmosfera della prima comunità cristiana di Gerusalemme. L’esperimento di S. Rocco fu un successo e il padre spirituale di Girolamo, il vescovo di Chieti Gian Pietro Carafa, ne intuì la portata proprio nell’ottica del Divino Amore (la riforma della Chiesa) e favorì la diffusione di quel modello chiedendo a Girolamo di trasferirsi con questi ragazzi prima all’ospedale degli Incurabili nella stessa Venezia e poi mandandolo in missione nella diocesi di Bergamo su invito del Vescovo di quella città. Proprio il vescovo di Bergamo, Pietro Lippomano, scriverà una stupenda lettera in cui indicherà a tutta la sua diocesi Girolamo come modello di vita cristiana e di carità, invitando ad unirsi a lui “quasi a modo di religione”, cioè come una comunità religiosa, nella carità verso gli ultimi. Così Girolamo partì da Venezia in processione con i suoi ragazzi, col Crocifisso davanti, e cominciò a girare di città in città per tutta la Repubblica di Venezia e il Ducato di Milano.

Da quel momento cura di poveri e orfani e riforma della Chiesa s’intrecciarono in maniera indissolubile dentro un unico progetto. Era la comunità cristiana autentica l’unica risposta adeguata ai bisogni di povertà e soprattutto di orfanezza, perché non restituiva un surrogato, una imitazione della famiglia, ma dava una famiglia reale, quella dei figli di Dio dove tutti ritrovavano la propria dignità. Dall’altra parte erano proprio i poveri, e in particolare i senza famiglia, che potevano contribuire, per la loro speciale sensibilità, a ricostituire attorno a loro quella affascinante realtà che è la comunità cristiana, il sogno di Girolamo, mettendo in moto tutte le energie positive della Chiesa e della società.

Fu un sogno, questo di Girolamo, che fece anche tanta fatica ad esprimersi e conobbe tante prove. È un ideale grandioso, rivoluzionario sia per quel tempo che per il nostro - come tutto ciò che ha radice nel vangelo - difficile da realizzare allora come oggi. Eppure è per questo sogno che Girolamo ha dato la vita ed è da quel seme che sono germogliati i somaschi. Noi siamo chiamati a far nascere e far maturare almeno qualche frutto. In questi giorni cercheremo di entrare dentro questo sogno e vedremo se ci sono degli aspetti che possono contribuire nella nostra vita di oggi a costruire quell’intento di fraternità e di solidarietà che aveva spinto Girolamo a vendere tutto e di “imitare il suo caro maestro Gesù”.

Oggi cominciamo a guardare nel viso chi abbiamo attorno, grandi e piccoli, uomini e donne, religiosi e laici, Ricco e sopratutto povero e a dirci dentro di noi: anche lui è figlio di Dio, anche lui è mio fratello e posso fare famiglia con lui. Così può incominciare il sogno di Girolamo.