i Giovani con i Padri Somaschi     

 

S. Girolamo

 

di Roberto Frau

 
Girolamo e Maria. 
 
 
 

Parlare di Maria in S. Girolamo non è cosa in sé facilissima in quanto non abbiamo nessun suo scritto che ne parli in maniera esplicita. Questo significa allora provare ad intuire qualcosa dalle poche tracce che la sua storia e i documenti che lo riguardano ci hanno lasciato. In fondo anche la scarsità di accenni sembra rispecchiare gli stessi vangeli in cui Maria appare solo in cinque episodi: eppure, da quella “discrezione” sul presentare Maria, dai vangeli possiamo attingere ad una ricchezza enorme.

La prima traccia. Di S. Girolamo è noto il miracolo che aprì la sua vita ad un lento ma irreversibile cammino di conversione. Lo troviamo testimoniato nel libro IV dei miracoli del santuario della Madonna Grande di Treviso. Qui si narra come Girolamo, fatto prigioniero durante la guerra tra Venezia e la lega di Cambrai viene prodigiosamente liberato dalle catene dopo averne invocato l’aiuto, e quindi essere condotto sano e salvo da in mezzo ai nemici sino a Treviso. Di fronte a questo avvenimento bisogna sospendere il giudizio sulle sue modalità. Infatti i libri originali delle grazie del santuario andarono distrutti in un incendio e vennero ricostruiti dalla memoria di un canonico che riscrisse quanto ricordava, basandosi forse anche sulle tavolette votive. Perciò se sia apparsa realmente la Madonna rimane un mistero visto che nelle tavole votive (anche recenti) di tutti i santuari si vede sempre l’immagine benedicente della Madonna accanto alla descrizione grafica della situazione drammatica in cui è intervenuta la sua grazia. Ma rimane il fatto che il riferimento a tale grazia ricevuta da Girolamo esista. È un fatto rilevante perché va tenuto conto che quando arrivò libero a Treviso la mattina del 27 settembre 1511, del santuario della Madonna Grande non esisteva che qualche rudere, poiché le pietre dell’edificio vennero usate per rinforzare la cinta della città. Perciò Girolamo, per tener fede al suo voto dovette tornare molto tempo dopo, a guerra finita e ad edificio ricostruito. Questo è segno che quella notte tra il 26 e il 27 settembre accadde veramente qualcosa d’importante che innescò il rapporto tra Girolamo e Maria, un rapporto che non viene dimenticato col passare del tempo, un rapporto di cui lui non parla mai ma che s’intuisce tra le righe di una grande profondità.

Una seconda traccia è la testimonianza indiretta ma chiarissima di questo rapporto la rinveniamo nella seconda lettera di Girolamo, scritta da Venezia il 21 luglio 1535. Girolamo si trova nella Serenissima perché richiamato per obbedienza a rimetter ordine negli ospedali di cui un tempo era stato responsabile. Nel frattempo le sue comunità nella Bergamasca e nel Comasco sono in gravi difficoltà e sembra siano sul punto di smembrarsi e chiedono l’aiuto di Girolamo. Lui risponde una prima volta dichiarando che la Compagna otterrà l’intento non se si fa puntellare dalla sua presenza ma se sarà capace di “stare con Cristo” e con la seconda lettera cerca di spiegare ai suoi compagni quale sia lo stile che Dio usa con chi lo intende seguire. Ed è in questo contesto che Girolamo comincia ad esprimersi con una concatenazione di citazioni implicite della Sacra Scrittura, tra cui spicca il Magnificat. Esprimendo qual è il secondo motivo per cui ritiene che Dio ha permesso una simile situazione scrive: “per accrescere la vostra fede in lui solo e non in altri, perché … Dio non opera le cose sue in quelli che non hanno posta tutta la loro fede e speranza in lui solo: e coloro nei quali c'è grande fede e speranza, li ha riempiti di carità e ha fatto cose grandi in loro. Sicché, non mancando voi di fede e speranza, egli farà in voi cose grandi esaltando gli umili”.
Non si può dire che Girolamo non abbia già sperimentato in sé quanto afferma, visto che la sua vita è ricominciata proprio da quell’esperienza di annientamento della prigionia, ridotto a meno di un uomo, merce di scambio in mano ai mercenari di Mercurio Bua. Lì è cominciato il suo rapporto con Maria e da lì anche il suo riavvicinamento a Dio. È un fatto che sicuramente potrà dargli la chiave di lettura di fatti che accadranno in seguito. Infatti questo annientamento e innalzamento lo ha sperimentato anche quando intorno al 1525 opera un più deciso riavvicinamento alla fede che lo conduce spesso a frequentar chiese e predicazioni. In questo momento della sua vita prende consapevolezza dei suoi errori passati che pesano su di lui come fossero per lui una condanna definitiva, visto che si ritrova spesso in lacrime di fronte al Crocifisso “pregandolo di non essergli giudice ma salvatore”. Ma di fronte al Crocifisso scopre la misericordia e l’amore del Padre celeste che lo accoglie. Lo ha sperimentato ancora con violenza quando nel 1529, durante l’epidemia di peste curando i malati ne contrasse il morbo. Dato ormai per spacciato, improvvisamente e inspiegabilmente guarisce in pochi giorni. Ancora una volta Girolamo si ritrova ad essere un nulla e Dio si prende cura della sua nullità. Non passarono due anni da questo fatto che Girolamo si ritrovò ad aprire la prima bottega di S. Rocco con i ragazzi, innescando di fatto l’avventura che fu una rivoluzione nelle contrade della Bergamasca del Milanese e del Comasco. Si può intuire che Maria diventi in qualche modo un modello di riferimento per comprendere l’agire di Dio nei confronti di chi lo segue. Lo stile del magnificat citato nella 2a lettera viene riproposto come modello anche per i suoi compagni. Perciò Maria appare per Girolamo prima di tutto come modello dell’esperienza cristiana, della sequela di Cristo.

Una terza traccia è la preghiera di Girolamo, la così detta “nostra orazione”. Maria viene pregata gloriosa accanto alla Trinità: “Nella via della pace, della carità e della prosperità mi guidi e mi difenda la potenza di Dio Padre, la sapienza del figlio e la forza dello Spirito Santo e la gloriosa Vergine Maria”. Viene invocata quale Madre delle grazie per ottenere la “santa grazia” di confidare “nel nostro Signore benignissimo e abbiamo vera speranza in lui solo, perché tutti coloro che sperano in lui, non saranno confusi in eterno, e saranno stabili, fondati sopra la ferma pietra”. E ancora: “Preghiamo ancora la Madonna che si degni di pregare il suo dilettissimo figliolo per tutti quanti noi, perché si degni  di concederci di essere umili e mansueti di cuore, di amare la sua divina Maestà sopra ogni cosa e il prossimo nostro come noi stessi e perché estirpi i nostri vizi, accresca le virtù e ci dia la sua santa pace”. Maria è vista come sostegno alla vita cristiana: oltre ad esserne il modello attraverso il Magnificat (essere radicati in Dio attraverso la propria umiltà, affinché Dio operi) e anche colei che può ottenere il dono perché questo modello si realizzi nella vita di Girolamo, dei suoi compagni e dei suoi ragazzi. Non dimentichiamo infatti che tale preghiera veniva recitata da tutti nella comunità, ragazzi compresi.
Da notare che nella “nostra orazione” viene recitata per otto volte l’Ave Maria. Non stupisce perciò se nelle comunità di Girolamo si recitasse tutti giorni il Rosario e Girolamo stesso lo pregasse ogni volta che poteva, come testimonia p. Girolamo Novelli, orfanello che diventò poi Somasco: “(era in) orazione quasi continua, poiché andando, stando, sedendo, lavorando, purché il lavoro non comportasse l'uso delle mani, si vedeva sempre con la corona in mano. E questa usanza di pregare l'ho veduta io con i miei occhi seguita perfettamente da molti di quei primi suoi discepoli”. Forse Girolamo non parla molto di Maria ma sicuramente la prega, ne trae luce per comprendere l’agire di Dio e la sequela di Cristo, divenendo compagna discreta del suo cammino e della sua comunità.

Volevo però concludere con uno sguardo alla vita stessa di Girolamo che silenziosamente e forse inconsciamente mostra uno stile che a noi oggi verrebbe da ricondurre ad uno stile “mariano”. D’altronde la sua più intima aspirazione era quella di poter seguire il suo amatissimo Cristo. E questa sequela non può che avvicinare alla discepola per eccellenza di Gesù: Maria, sua madre.

La mitezza è una delle cose che più colpiscono coloro che vedono svilupparsi il suo cammino di conversione. La biografia dell’Anonimo riporta un episodio singolare: “Sicché, un giorno, essendo stato offeso gravemente e ingiustamente come mi narrò il magnifico signor Paolo Giustiniani, presente al fatto e, minacciandolo uno sciagurato di strappargli la sua lunga barba, pelo a pelo, rispose soltanto: se così vuole il Signore, fa pure, eccomi! Chi assisté al fatto disse che, se Girolamo fosse stato ancora quello di prima, non solo non avrebbe tollerato l'offesa, ma avrebbe stracciato con i denti l'offensore”. Abbiamo sentito poco fa come nella “Nostra orazione” implorasse attraverso la Madonna la grazia della mansuetudine del cuore.

La tenerezza è un altro aspetto che ritroviamo in Girolamo. È rinvenibile nel suo vocabolario, visto che nella “Nostra orazione” chiama Gesù con l’appellativo di “dolce” (“Dolce padre nostro, Signore Gesù Cristo…) e vede il Padre celeste come il “benignissimo” (così lo chiama nella 5a lettera: “per cui, avendo voi fatto dal canto vostro ciò che vi è stato possibile, il Signore resterà soddisfatto di voi, poiché la buona volontà supplirà al difetto presso di lui, che è benignissimo”). Ma questa dolcezza e benignità era un tratto del suo modo di rapportarsi con la gente visto che un suo amico cappuccino, il Molfetta, così lo ricorda: “con tanta dolcezza, e benignità vi raccolse, medicandovi, le anime con i santi esempi della sua vita, e con le sue parole, con le mani le infermità corporali, come la tigna e altri numerosi mali”.

L’accoglienza è un altro tratto di Girolamo molto forte, che lo rende capace di avvicinare poveri, appestati, prostitute, gente di malaffare. Così lo descrive mons. Lippomano, vescovo di Bergamo: “e questo già si vede per un manifesto esempio di alcune pubbliche prostitute, le quali, abbandonata la loro infame vita, si sono convertite ad una salutare penitenza; e molti altri ancora d'ambi i sessi, nutriti nelle delizie e nei piaceri carnali, con prove, cure e tratti misericordiosi, con esortazioni, li piega già ad essere generosi e caritatevoli ed a lasciare il disonesto e vizioso conversare”. Girolamo dimostra una incredibile capacità di scovare con la sua accoglienza il positivo nascosto anche nel più disgraziato e di farlo emergere, come forse una madre con i figli. La sua è anche un’accoglienza attiva, che non aspetta ma si propone, un po’ come Maria che si reca da Elisabetta. È così infatti che ce lo testimonia ancora il Molfetta: “Usciva personalmente a cercarvi per le strade e per le porte per darvi da mangiare”.
Dell’accoglienza va messo in luce un aspetto di più ampio respiro che in Girolamo abbraccia tutta la Chiesa. Sempre il Molfetta testimonia che Girolamo “ebbe ardentissimo desiderio di attirare e unire a Dio uomini di qualunque stato, grado, e condizione. Girolamo amava la Chiesa, pregava ogni giorno nella “nostra orazione” che potesse tornare “allo stato di santità che fu al tempo degli apostoli” e quando ne parlava testimoni lo ricordano “come pieno di Spirito Santo e come dotato del dono della profezia” (processi di Pavia). Tutti attorno a lui ritrovano la dignità di Figli di Dio: “Là non si spiegavano le vane scienze di Platone e Aristotele si insegnava, invece, che ogni uomo diventa dimora dello Spirito Santo, figlio ed erede di Dio, attraverso la fede in Cristo, e l'imitazione della sua santa vita” (Anonimo). Attorno a lui nobili, poveri, contadini realizzavano una Chiesa rinnovata: “Era spettacolo mirabile, in tempi inquinati da tanti vizi, vedere un nobile veneziano vestito alla rusticana, in compagnia di molti poveri, anzi, per dir meglio, cristiani riformati, gentiluomini nobilissimi secondo il santo vangelo andare per le campagne a zappare, tagliare migli, e compiere altri lavori di questo genere, sempre cantando salmi e inni al Signore, istruendo i poveri contadini nella vita cristiana, mangiando pane di sorgo, e altri cibi agresti.” (Anonimo).

Allora mi sono chiesto: se oggi Girolamo fosse vivo in mezzo a noi come guarderebbe Maria? È solo un’ipotesi, forse è solo una mia fantasia, ma credo che oltre che col titolo di “madre degli orfani” la venererebbe con entusiasmo col titolo datole dal Concilio Vaticano II: “madre e modello della Chiesa” (Lumen Gentium). Ripensando alla descrizione appena fatta degli atteggiamenti di Girolamo mi tornano in mente quelle icone medioevali che raffigurano Maria col manto aperto che raccoglie attorno a sé i cristiani.

Tutto questo forse ci può aiutare a intuire il misterioso legame tra Girolamo e Maria. E forse ci può dare un modo per rivedere presente Maria oggi, oltre semplicistici devozionismi, cioè imitare Girolamo in questa amorevole, misericordiosa e direi materna accoglienza di ogni prossimo: i poveri e i minori che serviamo, i compagni di cammino delle nostre comunità, laici e religiosi, ogni persona che sfioriamo nelle nostre giornate.