i Giovani con i Padri Somaschi     

 

S. Girolamo

di Michele Marongiu

     
L'Ordine dei Protettori: 
 
 
 

L’argomento

Tratteremo un argomento “storico” per approfondire il ruolo di quelle persone che nel 1500 da laiche collaboravano con le opere fondate da san Girolamo. Non coloro che vivevano nelle comunità conducendo una vita da consacrati, ma quelli che pur restando nella propria famiglia, partecipavano agli ideali e alle opere somasche. A quel tempo queste opere erano tutte in funzione dei ragazzi orfani; col tempo il ventaglio di attività si allargherà. Quello che ora deve importarci è di cogliere lo spirito che animava quelle persone e che resta validissimo dopo cinquecento anni. Chi erano? Che stile di vita avevano? In che modo si rendevano utili?

S. Girolamo e i laici

Girolamo, una volta iniziata la sua vorticosa opera di fondatore si accorse ben presto che né lui né i suoi compagni erano sufficienti. Non bastava infatti creare delle comunità per gli orfani, era necessario sensibilizzare l’ambiente sociale intorno alle opere; gli orfani dovevano inserirsi nella città, imparare dei lavori, prepararsi alla vita.

Grazie al suo affascinante carisma trovò ovunque numerosi simpatizzanti pronti a collaborare e così poté distribuire adeguatamente i compiti legati alla cura degli orfani. A sé e ai suoi compagni riservò il compito educativo, ai collaboratori laici invece affidò compiti più “temporali”. Questi laici venivano chiamati “Protettori”. Un testo del 1555, che parla dell’origine della Compagnia ci rivela che cosa Girolamo avesse nel cuore:

Il santo huomo messer Girolamo manifestò l’animo suo, che era di far frutto nel mondo non solamente in far di queste congregationi di orfani et haver cura di levar quelli dalle miserie corporali et spirituali, ma sotto de questo, far delle congregationi de cittadini et nobili, che con il ministerio et essercitio circa le cose temporali di queste opere, a loro fossero ministrate le cose spirituali dalli sacerdoti della Compagnia: et tutti insieme acquistassero la gratia et gloria di Dio”. [1]

Possiamo notare subito che il ruolo dei laici non era certo secondario, ma essenziale all’opera e che ricoprivano incarichi di fiducia riguardanti aspetti molto concreti e rilevanti. L’ultima frase inoltre ci rivela il desiderio di unità fra tutti, laici e consacrati. Il carisma di Girolamo è fin dalle origini comunitario, per viverlo pienamente occorre essere comunità, anche se l’apporto di ciascuno è diverso a seconda del suo stato.

L’Ordine dei signori protettori

Nella città di Ferrara l’opera per gli orfani, nata da un compagno di Girolamo, tal Giovanni Cattaneo, ebbe uno straordinario sviluppo e nel 1562, ventisei anni dopo la morte di Girolamo, i Somaschi fecero richiesta al giudice dei 12 Savi, responsabile delle opere pie, perché venisse istituita ufficialmente la congregazione dei protettori. Dalle parole di questa richiesta viene subito in evidenza che religiosi e laici volevano collaborare:

“I devoti servi dei poveri, overo della compagnia di Somasca così appellati non volendo né potendo per le loro constitutioni haver altra carica che de puri ministri... domandano per l’honor di Dio e per governo di così santa opera, che siano lor dati alquanti protettori... li quali per carità abbino sopraintendenza di tale povere derelitte creature...” [2].

 La proposta fu accettata. Fu allora stilato il regolamento di questa congregazione chiamato Ordine dei signori protettori. Conoscerlo nei suoi tratti principali ci aiuterà a capire com’era la vita di un laico somasco.

- contenuto

Il documento è diviso in due parti:

 1a Le qualità richieste al protettore

 2a Le attività con gli orfani

 

Contenuto. Prima parte

La prima qualità richiesta è una vita cristiana, riassunta in tre parole:

Come prima cosa si esortano tali protettori a vivere con uno stile cristiano, che si realizza nel precetto di una vita sobria, pia e giusta[3].

Specifica poi che la sobrietà, che potremo tradurre “semplicità”, si realizza nel vivere, vestire, conversare. Tutta la famiglia poi si doveva impegnare a vivere cristianamente in questo modo.

Fra loro si aiutavano nei momenti difficili:

“Se qualcuno de fratelli cadesse ammalato, avverta la compagnia, in modo che sia visitato e aiutato dai fratelli, tanto spiritualmente, quanto corporalmente: nell'uno esortandolo ai sacramenti...; nell'altro, ove ci fosse il bisogno, sovvenendoli dei beni temporali, e non patisca fin che il signor Dio gli renda la sanità o, se gli è per il meglio, la patria celeste” [4].

Al primo posto c’era il rapporto con Dio:

“Sopra tutto studino di vivere piamente per Dio, dal quale procede ogni bene. E però ogni giorno si ricordino della sua grandezza, alzando la mente a Dio e facendo preghiera mentale, o dicendo almeno il "Pater noster" e il salmo "Deus in nomene tuo salvam me fac"; e chi non sapesse leggere, preghi col rosario” [5].

Ricevevano spesso i sacramenti:

“E perché il vincolo e unione di questa carità sono i santissimi sacramenti, si esortano tutti nel Signore che ogni mese faccino almeno una volta la confessione e ricevano l'eucarestia (medicina contro tutte le indisposizioni corporali e mentali), a meno che non siano ritenuti impediti per una giusta causa, il che sia a conoscenza del padre spirituale. E in quella domenica si dicano i sette salmi penitenziali”. [6]

Contenuto. Seconda parte

Anche loro facevano degli incontri:

“Le congregationi si faccino ogni domenica all’hora più commoda ad ognuno. Et in esse si stia con ordine et con modestia, né si parli se non richiesto, o quando per ordine toccasse al prossimo; et siano cose concernenti il servitio dell’orfani, o della casa materiali. Et sopratutto nel principio et fine de parlamenti si faccia oratione;“ [7]

Qual’era il loro apporto concreto alle opere? Erano ben organizzati, non improvvisavano. Ciascuno aveva un ruolo, i più importanti erano: priore, consiglieri, cassiere (gestiva il denaro degli orfanelli), spenditore, cancelliere.

         I loro compiti riguardavano il rapporto con i ragazzi. Innanzitutto li accoglievano. Dovevano avere dai sette ai tredici anni, “d’età che non habbino bisogno di donne”[8]. Se l’orfano possedeva dei beni senza tutore uno di loro si prestava a custodirli sinché il ragazzo non fosse in età di saper disporne.

         Un ruolo fondamentale dei protettori era quello di inserire nella società gli orfani che compivano diciotto anni, con grande attenzione alle loro caratteristiche personali:

“Venuto l’orfano in età adulta, si conosca l’animo et vocatione sua, et secondo il giudizio de protettori, ma massimamente di chi l’ha praticato, si collochi a quella banda ove sarà più in proposito: o religione, o lettere, o ad essercitio honesto, donde possino sostentar la loro vita; et volendo rimaner alcuni a servir fratelli, benedetti sian da Dio” [9].

         Quando qualche signore desiderava adottare un orfano se ne interessavano:

“S’alcuno orfanello sarà domandato da qualche sia persona, s’informino bene della vita et fama di chi lo ricerca... Sopra tutto non si dia per paggio” [10].

         Una volta adottato il ragazzo i protettori continuavano a mantenere un certo rapporto con lui:

“Collocato il figliolo, uno de’ protettori, o più, si pigliarà cura di visitarlo alle volte, sì per essortarlo a far il debito et sì massimamente per mantenerlo nelle divotioni”  [11].



[1] Ordini generali per le opere, in Fonti per la storia dei Somaschi, 7, p.23.

[2] Ordini dei signori protettori, in Fonti per la storia dei Somaschi, 7, p.40.

[3] Ordini dei signori protettori, p.41 (trad. sito somgiovani).

[4] Ordini dei signori protettori, p.42 (trad. sito somgiovani).

[5] Ordini dei signori protettori, p.42 (trad. sito somgiovani).

[6] Ordini dei signori protettori, p.42 (trad. sito somgiovani).

[7] Ordini dei signori protettori, p.43-44.

[8] Ordini dei signori protettori, p.44.

[9] Ordini dei signori protettori, p.45

[10] Ordini dei signori protettori, p.45

[11] Ordini dei signori protettori, p.45