i Giovani con i Padri Somaschi     

 

S. Girolamo

 

di Roberto Frau

 
La paternità in Girolamo 
 
 
 

Toccare il tema della paternità in Girolamo significa toccare il cuore della sua esperienza spirituale, del suo rapporto con Dio e con gli uomini. Scavare dentro questo tema significa anche trovarsi di fronte a delle sorprese che forse scardineranno un modo un po’ frettoloso di intendere la paternità spirituale e la paternità di Dio.

Andiamo con ordine e prima di tutto lasciamo parlare S. Girolamo. Ecco il brano iniziale della sua 2a lettera:

Venezia, alla Trinità, 21 luglio 1535
Ad Agostino Barili, poi alla Compagnia

Fratelli e figlioli in Cristo dilettissimi della Compagnia dei servi dei poveri.
Il vostro povero padre vi saluta e conforta nell'amore di Cristo e osservanza della regola cristiana, come nel tempo che ero con voi ho mostrato con fatti e con parole, talmente che il Signore si è glorificato in voi per mio mezzo.
E poiché il fine nostro è Iddio, fonte di ogni bene, nel quale solo - come nella nostra orazione diciamo - dobbiamo confidare e non in altri, così ha voluto il benigno Signore nostro, per accrescere la fede in voi, senza la quale fede - dice l'evangelista - Cristo non può fare molti miracoli, e per esaudire l'orazione santa che gli fate, perché egli vuole pure servirsi di voi poverelli, tribolati, afflitti, affaticati e infine da tutti disprezzati e abbandonati anche dalla presenza fisica, ma non dal cuore, del vostro povero e tanto amato e caro padre.

Da questa lettera emerge la coscienza che Girolamo aveva di essere “padre”: per due volte si definisce tale e chiama i suoi “figlioli”. Eppure è un modo ben strano di essere padre: lui è via, a Venezia, mentre i suoi sono in difficoltà nella Bergamasca. Lui è via e sa di dover stare via perché capisce ciò come volontà di Dio, e tutta la lettera ha lo scopo di spiegare e convincere che questo “padre” deve stare via e loro, i “figlioli”, devono stare da soli. Un modo curioso di essere padri.

Andiamo adesso a leggere un brano della 1a lettera:

Circa la mia assenza sappiate che io mai vi abbandono con quelle orazioncine che io so; e, benché io non sia nella battaglia con voi nel campo, io sento lo strepito e alzo nell'orazione le braccia quanto posso. Ma la verità è che io sono niente. E credete certo che la mia assenza è necessaria: le ragioni sono infinite, ma se la Compagnia starà con Cristo, si otterrà l'intento altrimenti tutto è perduto. La cosa è discutibile, ma questa è la conclusione. Sicché pregate Cristo pellegrino dicendo: Resta con noi, Signore, perché si fa sera.  E se non vi pare di intendere la ragione per cui la mia assenza è necessaria, scrivetemelo: credo che vi soddisferò.

Dalle parole di Girolamo si percepisce tutta la sua partecipazione spirituale ed emotiva per ciò che accade ai suoi (è un vero dramma). Eppure lui continua a negare l’opportunità di un suo ritorno e lo spiega così: “il vero è che io sono niente” e rimanda i suoi all’unica cosa che ritiene necessaria: “stare con Cristo”. La sua coscienza di “padre” qui sembra completamente scomparsa. Anzi, lui stesso scompare perché è “nulla”.

Penso che sia importante cercare di capire cosa ci sta dietro a questo modo di proporsi che Girolamo ha. Può lasciare incuriositi perché credo che sia istintivo immaginarsi la figura del padre come qualcuno premuroso, attento, sempre presente, attivo, a cui fare sempre riferimento e che in qualche modo, anche se non direttamente, chieda continuo riferimento a sé. Sebbene Girolamo fosse proprio una persona premurosa, attiva, grande organizzatore e perciò riferimento ideale, riguardo l’esperienza della paternità spirituale si muove in un’altra dimensione.

Dobbiamo fare un passo indietro nella sua esperienza. Non dobbiamo dimenticare che Girolamo è prima di tutto “il figlio prodigo” che dopo aver sperperato tutto in feste e prostitute sente il richiamo della casa del Padre. Non bisogna dimenticare Girolamo ai piedi del Crocifisso pregandolo di “non essergli giudice ma salvatore”. E che alla fine del suo travaglio può finalmente dire: “Dolce padre nostro, Signore Gesù Cristo”. È questo il punto d’inizio: non è che Girolamo si mette a fare da “padre” ma si scopre amato dal Padre in Gesù, si sperimenta figlio e figlio di Dio. Da quel momento non avrà altro in testa: permettere ad altri di fare la sua stessa esperienza. Per questo l’Anonimo, descrivendo la “scuola” di S. Rocco scrive: “Là non si spiegavano le scienze vane di Platone e di Aristotele – si insegnava, invece, che ogni uomo diventa dimora dello Spirito Santo, figlio ed erede di Dio”.

La paternità spirituale sembra consistere in questo: fare da tramite per ritirarsi al momento giusto perché s’incontri Dio Padre, ponendosi al fianco dell’altro come fratelli. È quanto ha fatto Gesù: ci ha amati sino all’estremo per farci da tramite col Padre e sulla croce, con l’esperienza dell’abbandono, si è spostato, perché neanche la sua persona facesse da diaframma. Bisogna tener presente che Gesù è l’unica icona del Padre. “Mostraci il Padre e ci basta” disse Filippo (Gv 14,8) provocando lo scandalo di Gesù: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre”. Il Padre non può essere visto che in Gesù (curiosa l’icona della Trinità di Rublev che raffigura i tre tutti con lo stesso volto, quello di Gesù). Ma lui si è fatto nostro fratello per farci diventare con lui e in lui figli di Dio.

Allora non è un caso che Girolamo, malato con i suoi fanciulli lungo la strada verso Milano risponda a chi voleva soccorrere lui solo: “Vi ringrazio molto fratello e sono contento di andarci purché, insieme, accogliate anche questi miei fratelli con i quali voglio vivere e morire”. I suoi ragazzi non erano per lui figli ma fratelli (certo da educare, ma fratelli), e stavano nelle sue comunità non come assistiti ma come membri. E non è un caso neppure che, nel brano della seconda lettera citata sopra, Girolamo i suoi “figlioli” li chiama “fratelli”: gli possono essere in qualche modo “figli” perché lui è loro “fratello”.

Per capire meglio dobbiamo dare almeno un rapido sguardo nella Trinità e rispondere a questa domanda: chi è il Padre? Il Padre è colui che genera senza essere generato, cioè dà per primo senza che nessuno abbia dato prima a lui. Il Figlio, Gesù, dà perché lui stesso è “donato” dal Padre, da Lui generato. In realtà non possiamo mai fare da padre (“Nessuno tra voi si faccia chiamare padre perché uno solo è il Padre vostro nei cieli”), ma possiamo e dobbiamo essere Gesù, il figlio che è la sola “icona” del Padre. Si può essere padri spiritualmente solo essendo Gesù, altri Gesù che perciò hanno fatto l’esperienza di essere figli e da ciò amano per primi, danno per primi, si fanno vicini condividendo la sorte di coloro che da loro sono amati. Girolamo è padre perché (per usare il titolo del romanzo di Jan Dobraczynski su S. Giuseppe) è “l’ombra del Padre”.

Per concludere, la descrizione più bella che indirettamente Girolamo fa della sua paternità, la leggiamo l’inizio della sua 3a lettera:

Messer Lodovico, carissimo in Cristo. Con la vostra pazienza salverete le vostre anime. Qual vantaggio infatti avrà l'uomo, se guadagnerà il mondo intero? Mi pare che mi potete intendere, ma siamo come il seme seminato tra le pietre, cioè di quelli che credono per un certo tempo, ma nell'ora della tentazione vengono meno. A noi tocca sopportare il prossimo, scusarlo dentro di noi e pregar per lui ed esteriormente veder di parlargli con qualche mansueta parola cristianamente, pregando il Signore vi faccia degno, con la vostra pazienza e mansueto parlare, di dirgli tali parole che egli sia illuminato dei suo errore in quell'istante. Perché il Signore permette tale errore per vostra e sua utilità, acciò che voi impariate ad avere pazienza e a conoscere la fragilità umana e che lui poi per vostro mezzo sia illuminato e sia glorificato il Padre celeste nel Cristo suo.