i Giovani con i Padri Somaschi     

 

Psicologia

Dossier

     
Libertà e umanità. (a)
Un tema trasversale tra psicologia, filosofia e vangelo.

parte (a) - parte (b) - parte (c)
 
 

Desiderio e frustrazione della libertà
La libertà è un’esigenza profondamente radicata nell’uomo e ne costituisce in certo modo la sua stessa natura. L’abbiamo desiderata in maniera struggente durante la nostra adolescenza mentre tentavamo di affrancarci dalle direttive parentali e aprirci all’autodeterminazione. L’abbiamo desiderata al punto tale da provare un fascino spesso irresistibile verso la trasgressione, nell’intento di superare qualsiasi tipo di costrizione. L’abbiamo forse romanticamente sognata di fronte alla sconfinatezza dell’orizzonte marino o all’infinito di un cielo stellato. Quando poi ci siamo trovati di fronte alle prime scelte un po’ serie abbiamo cominciato a percepire come la realtà nella sua concretezza si scontrava con quest’ansia di libertà, di come qualcosa non funzionasse, che esistessero chissà dove dei corto circuiti che ci impedivano di vederla pienamente realizzata.
Sta di fatto che questi corto circuiti esistono davvero e sono numerosissimi. Li possiamo distinguere in almeno tre livelli.

Il primo livello sono i condizionamenti di tipo eminentemente psicologico.
Dopo la scoperta dell’inconscio da parte di Freud è ormai evidente come tante nostre scelte sono condizionate e, al di là del procedimento razionale cosciente che le ha preparate, la vera motivazione è più nascosta, spesso conflittuale e per questo resa inconsapevole dall’azione del nostro “super-io”. 
I vari meccanismi di difesa dell’equilibrio del nostro “io” cosciente stanno a testimoniare la complessità della questione: 
la proiezione (tentativo di porre fuori di sé l’origine dei conflitti), 
la razionalizzazione (la rielaborazione dei dati conoscitivi di una situazione frustrante), 
la sublimazione (riorienta pulsioni ritenute non accettabili in azioni accettabili), 
la formazione reattiva (l’agire in maniera rigida e radicale in maniera diametralmente opposta a impulsi che ritengo inaccettabili). 
Può essere che, come fa sottilmente notare Fromm, dietro un carattere iperattivo e decisionista che riempie la sua giornata di attività, si nasconda invece una persona passiva, perché agisce sotto la “passione” indotta dalle cose che fa: non ne può fare a meno. Questa incapacità di farne a meno indica una certa dipendenza, per cui non sceglie ciò che fa ma subisce la realtà e ne è dominato. Potrebbe essere una forma di “compensazione”, cioè riempire con ciò di cui si sente competenti il vuoto lasciato magari da proprie incapacità, magari ti tipo relazionale.
A volte sono anche banalissimi complessi e traumi infantili, per cui uno spavento preso con l’acqua da piccolo m’impedisce da adulto di imparare a nuotare. Sino ad arrivare a situazioni più radicali per cui, ad esempio, una cattiva relazione con la figura paterna (per lei) che poi da adulta m’inibisce nella relazione con le figure maschili, o con la figura materna (per lui) che mi condizione nella scelta del partner in quanto non cerco una figura con cui camminare ma una controfigura materna da cui dipendere.

Poi c’è il livello dei condizionamenti sociali.
Se ne prendiamo coscienza ci accorgiamo di alcune cose assolutamente ovvie ma profondamente radicali: non abbiamo scelto noi né la famiglia ne il popolo in cui nascere (in realtà non abbiamo scelto neppure di nascere: l’essere stesso è qualcosa di dato e non di scelto). Questo significa che non abbiamo scelto né l’educazione né la cultura che hanno formato il nostro carattere e il nostro modo di pensare. A chi capita di fare esperienze di internazionalità è facile che sperimenti un forte disorientamento, perché ciò che è importante per me non è per gli altri e viceversa e quei criteri di valutazione e scelta che pensavo assodati cominciano a scricchiolare.
Anche restando nel nostro contesto sociale domandiamoci quanto delle nostre azioni sono frutto del mio sentire profondo e quanto sono condizionate dall’approvazione o disapprovazione delle persone che stimiamo o da quelle che non stimiamo ma con cui dobbiamo pur convivere. Oppure nei costumi sociali diffusi, nell’acquisto di un prodotto quanto c’è di mio e quanto di pressione sociale.

Infine c’è il livello dei condizionamenti religiosi. 
Sì, perché la religione è vissuta molto spesso in termini fortemente inibitori, al punto da creare dei veri e propri luoghi comuni. Può essere magari la paura della punizione, dell’Inferno che condiziona la mia capacità di scelta e le varie “proibizioni della Chiesa” non fanno che procurarmi innumerevoli sensi di colpa. Lo stesso approccio vocazionale al rapporto con Dio può creare grosse problematiche. Questo “fare ciò che Dio vuole” sembra impedire alla mia volontà di esprimersi, di svilupparsi e maturare. Non è un caso che a partire da Nietzche sino a Sartre, la fine del XIX secolo e tutto il XX secolo la proclamazione della morte di Dio si sia elevato come una agognata dichiarazione di indipendenza. In qualche modo la negazione di Dio è affermata a salvaguardia della dignità e della potenza dell’uomo. La stessa diffusione del satanismo della seconda metà del XX secolo, sotto l’influsso della “Chiesa di Satana” del californiano Lavey, si è mossa su questa scia: l’esistenza di Dio limita quella dell’uomo. Forse non tutti sanno che il satanismo contemporaneo infatti è in gran parte ateo, cioè non crede né in Dio né nel diavolo, ma tutto il cerimoniale satanico viene vissuto dagli adepti come una sorta psicodramma collettivo per liberarsi dalle restrizioni della morale e della religione proclamando il diritto dell’uomo alla libertà assoluta senza neanche la limitazione dell’altra persona: chi ha potere può tutto. 

Il quadro finora riportato dà un’immagine della libertà dell’uomo se non proprio compromessa sicuramente continuamente minacciata. Dopo tutto questo è ancora possibile parlare di libertà?

la scoperta della libertà
Proviamo a guardare la libertà sotto l’ottica del cristianesimo per scoprire se c’è una via d’uscita a queste domande.
Cos’è la libertà per il cristiano? Proveremo a capirlo da una parabola di Gesù, quella chiamata del figlio prodigo o del padre misericordioso. Stiamo usando un’ottica forse insolita, infatti si tratta di una parabola che in genere viene interpretata dal punto di vista dell’amore misericordioso di Dio, noi lo faremo invece nella visuale della libertà (questa parola nemmeno vi compare). La leggeremo cercando di capire che cosa ci dice sulla libertà e trascurando gli altri, numerosi, aspetti. 
Potremmo intitolarla “La scoperta della libertà “. Si trova nel capitolo 15 di Luca.

Alla ricerca della libertà
Un giovane decide di andarsene via di casa. Per quale motivo? Non viene esplicitato dal testo, notiamo però che le sue parole al padre sono estremamente essenziali e prive di calore, come di chi reclama freddamente i suoi diritti: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta”. Deduciamo poi che non parte perché ha bisogno di lavoro: a casa sua era benestante. Inoltre la sua è una decisione definitiva che non prevede ritorno e ripensamenti, domanda infatti la sua parte di eredità, un modo per dire al padre: io sono morto per te e tu lo sei per me. Non vuole più esistere per li padre, né che il padre esista per lui. In altre parole non vuole amare il padre né essere più amato da lui. 
Anche se il testo quindi non lo spiega credo che possiamo dire che questo figlio sta cercando la sua libertà e ritiene di ottenerla rendendosi indipendente dal padre, fuggendo da casa sua come da una prigione.
Un padre silenzioso
Come reagisce quest’ultimo? E’ impressionante. Lascia talmente libero il figlio di fare ciò che ha deciso che se la parabola finisse qui penseremo che si tratti di un padre debole senza alcuna autorità oppure cinico, senza interesse per le sorti del figlio. Non dice una parola, non cerca di convincerlo a cambiare idea. Si limita ad eseguire l’ordine del figlio accettando di diventare “morto” per lui. Difficile pensare ad una forma di rispetto della libertà altrui più pura e radicale.

Nell’abiezione
Conosciamo la brutta fine del ragazzo, all’inizio un’ubriacatura di libertà: vita dissoluta, spreco, prostitute. E’ incapace di porsi dei freni, di controllarsi pensando al futuro, si ritrova in balia del suo istinto senza capacità di autocontrollo, senza punti di riferimento. Dilapida così non solo l’eredità ma se stesso come persona. Si scopre vulnerabile di fronte ai pericoli della vita (la carestia). Eccolo affamato a guardare i porci, animali che contaminavano impurità e perciò emarginazione dalla società ebrea. Inseguendo la sua idea di libertà si ritrova ad aver perduto ogni libertà.
A questo punto rientra in se stesso e riflette. Si accorge di non poter vivere senza i beni del padre, di non poter evitare la dipendenza da lui. Pensa che forse tornando come schiavo verrà accettato: “Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni”.
Il suo ideale di libertà è crollato di fronte alle necessità prime della vita (mangiare innanzitutto) ed è pronto a farsi servo pur di conquistare una certa sicurezza.

Sorprese
Al suo ritorno troviamo due sorprese importantissime:
La prima è che il padre non era affatto indifferente: lo vede da lontano, segno che stava in attesa, che aveva continuato a credere in lui. Non gli interessa ciò che il figlio ha combinato, non esprime nessun giudizio su di lui, è solo felice di riabbracciarlo. Non ci pensa nemmeno di trattarlo come uno dei suoi garzoni, ma gli restituisce tutta la sua dignità.
La seconda la scopriamo se ci mettiamo dal punto di vista del figlio: si accorge che fino ad allora non aveva mai conosciuto e capito suo padre. L’aveva sempre guardato con distacco, meglio con il timore che potesse togliergli qualcosa, non si era accorto di quanto fosse amato da lui, di quanto lo proteggesse dai pericoli, di quanto lo sostenesse nelle sue necessità. Per lui prima era addirittura concepibile che, dopo il rientro, il padre lo trattasse come un servo. Ora invece capisce che può entrare in un nuovo rapporto con lui, non solo avrà la dignità di figlio che aveva prima (questo sarebbe solo un ritorno alla situazione iniziale), ma non si sentirà più oppresso. Il padre è diventato colui che salvaguarda la sua libertà di figlio. 

Invidia e libertà
L’accoglienza sconcertante del padre accende le ire del fratello maggiore. Nemmeno lui però ha mai conosciuto veramente chi è suo padre. Pur non essendosi mai allontanato da casa si rapporta al padre come un servo che deve obbedire, incapace di pronunciare la parola “padre”: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando”. Il padre gli risponde: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo”. 
Probabilmente non si era mai accorto della sua ricchezza che nasceva dal condividere col padre tutti i suoi beni: “tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici.” 
A rendere prigioniero il figlio maggiore però non è solamente l’errata concezione che egli ha di suo padre, ma anche la mancanza di rapporto con il fratello secondogenito. Si rifiuta addirittura di chiamarlo “fratello” : “Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Il padre vorrebbe che si rapportasse a lui come fratello: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita”. 
Non solo il maggiore non è libero nei confronti del padre ma nemmeno dentro di sé, l’invidia gli impedisce di entrare in casa e partecipare alla festa, è prigioniero di questa invidia. 
La parabola termina con la supplica del padre. Se il fratello entrerà o no nella casa della festa resta in sospeso. Riuscirà a liberarsi dall’invidia per l’amore “ingiusto” del padre verso suo fratello?

Libertà e amore.
“Assoluto” o “pieno”?
Quanto emerso nella parabola del figliol prodigo ha il potere di farci cambiare prospettiva nella visione della libertà e di inquadrarla nel suo giusto contesto: la libertà autentica non può che condurre ad acquisire la pienezza della propria dignità personale. Questo significa che se in linea teorica posso scegliere tutto – posso decidere di drogarmi – , non tutto quello che faccio o scelgo mi fa essere me stesso, mi fa essere uomo – il tossicodipendente rimane un uomo ma non vive tutta la sua umanità – . Il problema della libertà quindi non è semplicemente l’autodeterminazione ma in cosa autodeterminarsi. Significa che esiste un obbiettivo dell’autodeterminazione che ne pone inevitabilmente un limite – non posso essere tutto: se scelgo una cosa escludo necessariamente le altre – , e questo limite non è fuori di me ma è in me: sono io stesso, la mia natura, la mia identità di uomo. Perciò, se abbiamo appurato in qualche modo che non è possibile una libertà assoluta, possiamo cominciare a capire che esiste una libertà piena. Il concetto di “pieno” ci rimanda contemporaneamente all’idea della totalità – una bottiglia piena d’acqua è tutta piena – e all’idea del limite – dentro la bottiglia non c’è tutta l’acqua ma quella che può contenere – , perché esiste un contenuto ma anche un contenitore: la libertà può essere completa ma nel limite e nella forma della mia umanità. Specifico nella forma perché ogni uomo è unico, per temperamento, storia e condizione. Anche un portatore di handicap può sperimentare la pienezza della sua libertà, nella pienezza della sua umanità.

Verso quale umanità
Già, ma quale umanità? La parabola del figliol prodigo ci dà anche una indicazione riguardo alla natura dell’umanità: il giovane riscopre la sua dignità nella relazione. L’uomo è un essere in relazione. L’uomo nasce e diventa sé stesso nella relazione ed aspira costantemente alla relazione. Ciascuno di noi è definito dalle relazioni che ha vissuto. La nostra forza e le nostre debolezze sono nate dal rapporto con i nostri genitori, i nostri parenti, i nostri amici, i nostri insegnanti, con le persone che ci hanno amato o ci hanno odiato, con le persone che amiamo o che odiamo. In altre parole, talenti o paure si sono sviluppate in base alla positività o alla negatività delle relazioni che per noi sono importanti. E in fondo noi continuamente ci definiamo in base alle relazioni che realizziamo con chi sta vicino: siamo profondi o cinici, cattivi o dolci, sereni o cupi in base ad esse. E siamo veramente felici o tristi se sono appaganti o meno le nostre relazioni, specie con chi vogliamo bene: la nostra vita cambia a seconda che un abbraccio ci sia o non ci sia, che uno sguardo ci sia o non ci sia, una carezza ci sia o non ci sia… Perché la relazione è costitutiva dell’essere uomo e la maturità è misurata propria dalla capacità di relazione con gli altri: l’uomo è persona, cioè un essere in relazione.
Questo è chiaro anche dal punto di vista biblico, in quanto siamo stati creati ad immagine e somiglianza di un Dio che è amore, è Trinità e quindi comunione di relazioni. Nel Vangelo di Giovanni troviamo infatti quella famosa frase: “La verità vi farà liberi”. Gli esegeti hanno riconosciuto che il contenuto della parola “verità” è la rivelazione di Dio in Gesù e quindi il suo insegnamento e suoi comandamenti che Gesù riassume e condensa in quello che lui chiama “suo” e “nuovo”: l’amore reciproco.
Questo perché la libertà non è un aspetto acefalo della nostra umanità ma è un’esigenza insopprimibile dell’amore che ne costituisce la natura più intima. Non è possibile amare quando si è costretti e nessuno può pretenderlo né comandarlo: “non ne avrebbe che dispregio”, per citare il Cantico dei Cantici. L’autenticità dell’amore si fonda sempre su una scelta personale e autonoma.
Ma se è vero che la libertà definisce l’amore è vero anche l’inverso: non è possibile parlare di libertà senza amare. Solo l’amore può dare respiro ed orizzonte, significato e contenuto alla mia libertà e alle mie scelte. Si capisce come S. Agostino possa affermare “ama e fa quello che vuoi”, proprio perché non esiste un prima e un dopo – prima l’amore e poi la libertà o viceversa – ma perché i due elementi sono coessenziali: non c’è l’uno senza l’altro. È solo nell’amore che si riescono a superare tutti i condizionamenti che abbiamo prima citato, ricucendo e rielaborando gli strappi che questo superamento può comportare. Certo, per affrancarmi dai miei genitori posso agire in maniera decisa, ma solo l’amore permette di far cicatrizzare eventuali ferite che lo strappo può comportare e ricucire le relazioni superando rancori e acidità, desideri di rivalsa e tentazioni di indifferenza.

Conclusione
Concludendo si potrebbe dare come una nuova definizione di libertà come autodeterminazione: quella capacità di attuare scelte che mi fanno diventare e rimanere uomo, un essere cioè che esiste perché ama ed è amato. Allora si può dire che la libertà non solo esiste ma è accessibile alla mia vita nella misura della mia apertura all’amore.
 

 
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